Carmènere: breve storia di un vino da scoprire

Dopo anni di confusione, di utilizzo ancillare e di semiabbandono, il carmènere ritrova spazio nella ricca corte italiana dei vitigni autoctoni e internazionali. È un posto piccolo, ma importante se si considera che il vitigno è praticamente scomparso dalla Francia, sua terra natale, e che la sua coltivazione in Italia, concentrata perlopiù in Veneto e in Friuli Venezia Giulia, è la seconda al mondo.
Le resistenze a puntare su questo vitigno sono ancora molte e il suo uso è perlopiù limitato ad arricchire blend con altri vini, mentre io trovo che la sua vinificazione in purezza offra prodotti molto piacevoli e caratterizzati, siano essi impreziositi dal passaggio in legno o meno.
La storia del carmènere è lunga, avventurosa e travagliata. Risale al I° secolo d.C. quando Lucio Giunio Moderato Columella documentò la diffusione nell’Epiro della vitis Balisca. Il vitigno fu portato a Roma e seguì le legioni imperiali in Hispania e, sempre secondo Columella, arrivò nella Gallia celtica abitata dai Biturici. A Burdigala attecchì, prosperò e probabilmente si ibridò con altre viti locali dando origine alle uve rosse che hanno fatto la fortuna della zona di Bordeaux. Sembra infatti che la Balisca sia il cabernet ancestrale da cui nel tempo si sono sviluppate le diverse varietà della famiglia: il carmènere (grand vidure), il cabernet franc, il cabernet sauvignon, dall’ibridazione naturale del cabernet franc con il vitigno a bacca bianca sauvignon; ma anche il malbec, il merlot e il petit verdot.
Nella prima metà del XIX° secolo, l’eleganza e la fama dei vini bordolesi suggerì ad alcuni proprietari terrieri italiani di importare i vitigni e fu così che il carmènere si diffuse nel nordest d’Italia intorno al 1820, confuso e scambiato per una degenerazione e indebolimento del cabernet franc.
Occorre arrivare ai primi anni sessanta del novecento perché si cominci a indagare la vera natura del “cabernet italiano” e agli anni novanta per l’iscrizione nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Attualmente il vitigno concorre alla DOCG Montello Rosso, ad una ventina di DOC di varie regioni, principalmente nel Veneto, e a una trentina di IGT. Nei Colli Berici è situato il cru di carmènere più esteso d’Europa: dodici ettari.
Il nome pare derivi da “carmin”, per il colore rosso intenso e vivo del vino. Rispetto ai suoi fratelli più blasonati, il carmènere ha un carattere difficile e cresce senza problemi solo in presenza di condizioni climatiche ottimali, senza le quali va incontro a maturazione incompleta e porta nel vino una forte impronta vegetale. Inoltre, se il tempo non è caldo e stabile, durante la fioritura soffre un’importante acinellatura che riduce drasticamente la produzione.
In generale, il Carmènere è un vino semplice, immediato e di grande piacevolezza, non banale. Si veste di toni profondi e con profumi asprigni di lampone e melograno, pepe verde in grani e note erbacee che richiamano il peperone e possono essere molto eleganti o troppo pronunciate a seconda del grado di maturazione delle uve. La struttura è importante e l’equilibrio ha bisogno di tempo perché in gioventù tannini ed acidità possono apparire prevalenti. Nelle espressioni più complesse e compiute, le note erbacee lasciano posto alle bacche dolci, al tannino leggero ed elegante e alla nota amaricante della polvere di cacao.
Di seguito sei suggerimenti per accostare il Carmenère in purezza.
• Bonotto delle Tezze, Piave DOC Carmenère Barabane. Vinificazione parte in legno e parte in acciaio. Affinamento in legno. Alcol: 13% vol.
• Ca’ del Bosco, Sebino Rosso IGT Carménère 2011. Vinificazione in acciaio e affinamento in legno. Alcol: 13.5% vol.
• Cecchetto, IGT delle Venezie Carmenère 2015. Vinificazione e affinamento in acciaio. Alcool: 12% vol.
• Inama, Colli Berici DOC Carmenère Oratorio di San Lorenzo Riserva 2013. Vinificazione e affinamento in legno. Alcol: 13.5% vol.
• Mattiello, Colli Berici DOC Carmenère 2016. Vinificazione e affinamento in acciaio. Alcol: 13% vol.
• Tenuta San Leonardo, Vigneti delle Dolomiti IGT Carmenère 2010. Vinificazione in cemento e affinamento in legno. Alcol: 13% vol.

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