Un sorso di Venezia: i vini dei Carmelitano Scalzi

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Potrà sembrare strano scoprire che la Repubblica di Venezia aveva una tradizione storica non solo nel commercio dei vini d’Oriente, ma anche nella produzione destinata all’uso locale. I veneziani crescevano l’uva negli orti di casa o nei bròli che circondavano la città. Si trattava di una consuetudine che trovava origine fin dalla fondazione di Venezia che aveva bisogno di una autosufficienza alimentare, almeno tentata. Tra le tante vigne che correvano lungo le calli e i campi, la più estesa era quella del monastero di San Francesco della Vigna, ma se ne ricordano a San Moisè, San Benedetto, San Silvestro, San Tomà, Sant’Alvise, San Samuele. Nei primi anni dell’800, il Catasto napoleonico censiva a Torcello 31,6 ettari di “aratorio vitato con frutti”, 28,3 a Mazzorbo, 104 a Burano, 188 a S. Erasmo.
Anche i conventi contribuivano alla produzione vinicola di Venezia nei “bròli” di loro pertinenza. Fra essi, quello carmelitano di Santa Maria di Nazareth a Cannaregio.
L’ordine dei Carmelitani Scalzi si insediò a Venezia nel 1633 e circa vent’anni dopo il Senato della città accordava all’Ordine l’edificazione di una chiesa con annesso convento per la pratica del culto. Il luogo designato si trovava nel sestiere di Cannaregio, sul Canal Grande, presso la chiesa e il monastero di santa Lucia. Si trattava di una zona della città molto periferica e tale rimase fino al 1847, quando venne inaugurato il ponte traslagunare che l’avrebbe rapidamente resa la porta della città. Per far posto alla stazione ferroviaria vennero progressivamente demoliti le
chiese e i conventi di quegli Ordini che da lungo tempo si erano stanziati nel luogo e anche espropriata circa la metà dell’orto-giardino dei Carmelitani Scalzi, ma altre furono le cause che decretarono la decadenza del “bròlo” dei Carmelitani Scalzi e dei piccoli vigneti che tappezzavano Venezia.
Occorreva l’intervento del Consorzio Vini Venezia, di concerto con la Provincia Veneta dei Carmelitani Scalzi perché nel 2014 si avviasse il progetto di riqualificazione dell’hortus conclusus del Convento di Santa Maria di Nazareth a Cannaregio. Nel vigneto sono state recuperate parte delle viti esistenti, ma ne sono state piantate anche altre ottenute dal materiale recuperato in una ricerca delle vecchie viti a Venezia e in Laguna: albana, dorona, garganega, glera, malvasia istriana, moscato giallo, tocai friulano, trebbiano toscano, trebbiano romagnolo, verduzzo trevigiano, vermentino, marzemino, merlot e raboso veronese. In particolare, è stata identificata una varietà israeliana a bacca bianca e a duplice attitudine, denominata Nehelescol o Terra Promessa.
Il frutto della riqualificazione è stato presentato alla 52a edizione di Vinitaly con due vini: Ad Mensam, vino bianco concepito principalmente per la funzione ecclesiastica e ottenuto dall’uvaggio di 17 vitigni veneziani, e Prandium, vino rosso prodotto con 7 vitigni fra i quali spicca il merlot assieme al raboso, la benzemina, la ricaldina e la marzemina. Millequattrocento bottiglie in tutto che difficilmente troveranno posto sugli scaffali delle enoteche, ma saranno oggetto di vendita diretta e a qualche ristorante della città lagunare.
Io ho avuto la possibilità di assaggiare il Rosso. Affinato in bottiglia un mese, si presenta con veste rosso rubino vivace di lampi color porpora. Solletica l’olfatto con sentori di lampone e fragolina di bosco, felci ed eucalipto. Il sorso è corposo, equilibrato, intenso, salato, moderatamente tannico, di rustica eleganza. Commuove pensarlo cresciuto con i piedi nell’acqua di mare.
Ah, dimenticavo! I Carmelitani promettono che i vini Prandium e Ad Mensam saranno disponibili dal 1 maggio presso il punto vendita “Acqua Melissa”, Cannaregio 54 fino all’esaurimento scorte.

Ho tratto le notizie storiche dal bel libro: Il Vino nella Storia di Venezia, a cura di Carlo Favero, Consorzio Vini Venezia 2014
L’immagine in evidenza è la carta geografica di Venezia dalla Galleria delle Carte Geografiche dei Musei Vaticani.

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